Il matrimonio e il divorzio: come separarsi e divorziare legalmente.

IL MATRIMONIO CIVILE E RELIGIOSO

Premesse

Parlare di matrimonio in un sito dedicato alla separazione ed al divorzio può sembrare paradossale e per certi versi inutile agli occhi di chi vive una situazione di coppia critica e sta maturando l’idea di porre termine alla propria unione.

Riteniamo tuttavia che sia essenziale chiarire sin d’ora alcuni concetti, utili per effettuare una scelta ragionata e corretta tra le diverse procedure previste dalla legge al fine di sciogliere il vincolo coniugale.

Il matrimonio civile e concordatario

Il matrimonio può essere celebrato sia davanti all’ufficiale di stato civile e quindi con rito civile che innanzi a un ministro di culto, con rito religioso.

Entrambe le forme conferiscono ai coniugi i medesimi diritti e doveri di cui si farà cenno più avanti.

Nell’ambito dei matrimoni religiosi si distingue poi tra matrimonio concordatario e matrimonio celebrato davanti al ministro di culto non cattolico.

Il matrimonio concordatario è il matrimonio celebrato davanti a ministri di culto cattolico, disciplinato dal codice civile e regolamentato dagli accordi tra Santa Sede e Stato italiano.

L’attribuzione degli effetti civili al matrimonio concordatario segue un procedimento del tutto analogo a quello previsto per il matrimonio con rito civile.

Alla celebrazione segue la redazione dell’atto di matrimonio che può anche contenere la scelta del regime patrimoniale (comunione legale o separazione dei beni) effettuata dai coniugi, nonché la trascrizione dell’atto di matrimonio da parte dell’ufficiale di stato civile.

Dal momento della trascrizione, gli sposi acquistano lo status di coniugi e sono tenuti all’adempimento dei diritti e doveri reciproci di cui si farà menzione più avanti.

L’attribuzione degli effetti civili al matrimonio concordatario segue un procedimento del tutto analogo a quello previsto per il matrimonio con rito civile.

Alla celebrazione segue la redazione dell’atto di matrimonio che può anche contenere la scelta del regime patrimoniale (comunione legale o separazione dei beni) effettuata dai coniugi, nonché la trascrizione dell’atto di matrimonio da parte dell’ufficiale di stato civile.

Dal momento della trascrizione, gli sposi acquistano lo status di coniugi e sono tenuti all’adempimento dei diritti e doveri reciproci di cui si farà menzione più avanti.

La dichiarazione di nullità del matrimonio ed il divorzio – effetti e differenze

Sia il matrimonio civile che il matrimonio concordatario possono essere dichiarati nulli.

In generale si può affermare che la nullità è disposta quando si è di fronte ad una violazione della legge di carattere estremamente grave e non rimediabile, che sancisce i requisiti per la celebrazione del matrimonio e gli impedimenti dei coniugi.

Si pensi al vincolo di precedente matrimonio , al delitto perpetrato sull’altro coniuge oppure all’impedimento derivato da un legame di parentela o affinità che non può essere rimosso nemmeno con l’autorizzazione del tribunale.

In tali casi, la legittimazione ad agire in giudizio, ovvero il potere di chiedere la nullità del matrimonio, spetta a più persone oltre ai coniugi, fra cui gli ascendenti prossimi, il pubblico ministero e tutti coloro che hanno un interesse legittimo ed attuale ad ottenere una tale pronuncia.

Esistono altri casi che la legge considera meno gravi, detti di annullabilità, e che talvolta possono essere sanati con il verificarsi di un evento. Un esempio per tutti: il minore che si sposa senza l’autorizzazione del tribunale dopo un anno dal raggiungimento della maggiore età non può più chiedere l’annullamento.

Quanto al matrimonio concordatario si osserva che il tribunale ecclesiastico dichiara solo la nullità del matrimonio se riscontra che motivi di particolare gravità permettono di considerarlo, quanto agli effetti, come se non fosse mai stato celebrato.

I più frequenti motivi di nullità sono l’esclusione di una delle finalità essenziali del matrimonio ovvero la fedeltà, l’indissolubilità del vincolo, la procreazione, l’impotenza dell’uomo e della donna, la violenza fisica ed il timore, l’errore sulla persona del coniuge.

Una volta ottenuta la pronuncia del tribunale ecclesiastico, al fine di conseguire gli effetti dello stato libero derivanti dall’annotazione della sentenza presso i registri dello stato civile, occorrerà chiedere alla Corte d’appello la declaratoria di validità mediante un procedimento detto “giudizio di delibazione“.

La sentenza ecclesiastica di nullità resa esecutiva con la delibazione permetterà di celebrare nuove nozze con rito religioso cattolico.

A differenza di quanto sopra, la sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio produce quale effetto principale il venir meno di tutti i diritti e doveri reciproci dei coniugi ad eccezione dell’obbligo di pagamento di un assegno divorziale  qualora sussistano le condizioni che più avanti saranno precisate.

Ovviamente, in questo caso, è preclusa ogni possibilità di celebrare un nuovo matrimonio con rito religioso cattolico.

Il matrimonio davanti a Ministri di culti ammessi

Vi sono marcate differenze, in relazione alle sole formalità preliminari al matrimonio, tra le religioni che hanno stipulato le intese con lo Stato italiano, ai sensi dell’art. 8 comma III della Costituzione, e gli altri culti ammessi, che restano assoggettati alla disciplina di epoca fascista.

Ciò si traduce nella necessità di ottenere, in luogo del nulla-osta da parte dell’ufficiale di stato civile alla celebrazione del matrimonio, una vera e propria autorizzazione che deve contenere la menzione del nome del Ministro di culto designato per la celebrazione e gli estremi dell’approvazione governativa della nomina del Ministro medesimo.

In mancanza dell’approvazione governativa da parte del Ministro dell’Interno “nessun effetto civile può essere riconosciuto agli atti compiuti dal Ministro di culto e connessi alla sua funzione”.

Sul piano della validità, tutti i matrimoni religiosi celebrati con rito diverso da quello cattolico sono equiparati e disciplinati integralmente dalle norme del codice civile.

Pertanto sussiste la giurisdizione esclusiva del tribunale ordinario in relazione alle cause che hanno ad oggetto le formalità preliminari, gli accertamenti dell’ufficiale di stato civile, gli adempimenti del ministro di culto, la capacità degli sposi, gli impedimenti, i vizi del consenso ed altro, nonché per le cause di separazione e divorzio.

Le intese delle religioni con lo Stato Italiano

Ad oggi sono state stipulate diverse intese successivamente regolate da Legge con le seguenti Chiese:

Tavola Valdese,
Legge 11/8/1984 n. 449;
Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno,
Legge 22/11/1988 n. 516;
Assemblee di Dio in Italia,
Legge 22/11/1988 n. 517;
Unione delle Comunità Ebraiche Italiane,
Legge 8/3/1989 n. 101
Chiesa Evangelica Luterana in Italia,
Legge 29/11/1995 n. 520.
Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia,
Legge 12/4/1995 n. 116.

Recentemente, sono state approvate intese, che dovranno trovare regolamentazione in apposite Leggi emanate dal Parlamento, tra lo Stato italiano e le seguenti confessioni:

Testimoni di Geova,
Unione dei Buddisti Italiani

Lo status del coniuge

I diversi procedimenti di celebrazione del matrimonio civile e religioso conferiscono agli sposi un identico status di coniuge.

In generale lo status è una situazione giuridica che consiste in una particolare qualifica o modo d’essere del soggetto interessato da cui scaturiscono diritti esercitabili nei confronti di chiunque, altrimenti detti diritti assoluti.

Esemplificativo dello status di coniuge è il diritto a rivendicare la paternità o la maternità.

Lo status di coniuge viene anche considerato in alcune fattispecie di reato, disciplinate nel codice penale, quale la “violazione degli obblighi di assistenza famigliare”, di cui si farà cenno più avanti. Altri e meno ricorrenti reati relativi allo status di coniuge sono quelli di bigamia e induzione al matrimonio mediante inganno.

Concludendo, si può affermare che dal rapporto matrimoniale nascono sia diritti esercitabili nei confronti di persone o entità, connessi allo status di coniuge, sia diritti e doveri nei confronti del proprio coniuge e aventi carattere di reciprocità, previsti dagli artt. 143 e seguenti del codice civile.

Dette norme di cui viene data lettura all’atto della celebrazione, in tutti i riti ammessi, saranno analizzate più avanti.

I DIRITTI ED I DOVERI DEI CONIUGI

Premesse

Dal matrimonio nascono una serie di diritti e doveri che devono estrinsecarsi nei confronti del proprio coniuge e si caratterizzano per la loro reciprocità oltre ad obblighi nei confronti dei figli.

L’art. 143 del codice civile stabilisce ed elenca i diritti e doveri reciproci dei coniugi.

L’art. 147 specifica invece che costituisce obbligo dei coniugi mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni dei figli.

I diritti ed i doveri dei coniugi

I doveri reciproci dei coniugi trovano una sintetica indicazione nel II comma dell’art. 143 c.c. e sono:

l’obbligo di fedeltà;
l’obbligo di assistenza morale e materiale;
l’obbligo di collaborazione nell’interesse della famiglia;
l’obbligo di coabitazione.

Il 3° comma dell’articolo 143 specifica ulteriormente l’obbligo di collaborazione sancendo che entrambi i coniugi sono tenuti, in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

Se l’elencazione proposta nell’art. 143 del codice civile non costituisce elemento da cui è possibile desumere una scala di valori o di importanza, tra i doveri reciproci vi sono comunque alcune differenze degne di rilievo.

Un certo mutamento nel concetto e nell’importanza dell’obbligo di coabitazione si è infatti imposto con l’evolversi delle esigenze primarie della famiglia moderna.

Non è inconsueto che uno dei coniugi si trovi a dovere effettuare degli spostamenti per motivi di lavoro, se non addirittura a trasferirsi temporaneamente in altre località o paesi stranieri. A fronte di ciò è logico ritenere che l’accordo dei coniugi in tal senso possa regolare il suddetto dovere coniugale introducendovi gli opportuni adattamenti.

Sarebbe per esempio ingiustificato ed illegittimo il comportamento della moglie o del marito che a fronte di un trasferimento imposto al coniuge economicamente più forte si rifiutasse di seguirlo nella nuova residenza, pur dovendosi allontanare dalla propria famiglia originaria.

Quanto agli altri doveri reciproci è intuibile che tutti sono caratterizzati dall’irrinunciabilità e non ammettono deroghe da parte dei coniugi.

Definire poi i contenuti del dovere di assistenza morale in poche righe non è compito facile anche perché le rispettive esigenze ed i bisogni dei coniugi si esprimono in modi diversi e ciò che può essere fondamentale per una coppia può essere irrilevante per un’altra.

Certo è che l’assistenza morale del coniuge non può prescindere dal continuare tutti quei comportamenti che hanno contribuito a fondare e costruire il vincolo affettivo e coniugale nonché nel garantirsi reciprocamente tutto il sostegno e l’appoggio necessario per fronteggiare i diversi problemi e le necessità del quotidiano.

Ben più percettibile ed immediato è l’obbligo di assistenza materiale, la cui violazione si traduce essenzialmente nel privare il coniuge ed i figli, di quanto è necessario per il loro sostentamento e per le esigenze della vita.

L’aspetto patrimoniale ha infatti un ruolo importantissimo nella coppia che, conformemente a quanto sancito nell’art. 144 c.c., deve concordare l’indirizzo della vita famigliare.

Ciò significa che i coniugi dovrebbero decidere entrambi e di comune accordo come e dove destinare le proprie risorse economiche, soprattutto quando si tratta di attuare scelte importanti quali l’acquisto di una casa o di altro bene utile particolarmente costoso.

Nel quotidiano, invece, ogni coniuge, qualora disponga di redditi propri, dovrebbe gestire tali sue disponibilità per acquisti personali in armonia con le esigenze della famiglia, con la più ampia autonomia.

Naturalmente questa è solo una delle modalità in cui si può concretizzare il citato “dovere di collaborazione nell’interesse della famiglia”, che pone a carico dei coniugi il più generale obbligo di fornirsi aiuto reciproco e conforto, anche spirituale.

In generale, il dovere di collaborazione impone alla coppia di ricercare sempre e costantemente intese equilibrate a fronte delle diverse possibili scelte che si è spesso chiamati a fare, evitando l’ingiustificata imposizione da parte di uno dei coniugi.

Allontanamento del coniuge ed obbligo di assistenza morale e materiale

Si è detto che i coniugi devono fissare l’indirizzo della vita famigliare e quindi le scelte principali della famiglia di comune accordo.

L’art. 144 c.c. introduce di seguito un esplicito richiamo anche alla residenza anagrafica chiarendo che, analogamente alle scelte, deve essere concordata e stabilita da entrambi i coniugi.

L’obbligo di coabitazione potrà dirsi violato quando uno dei coniugi si sia del tutto rifiutato di fissare dall’inizio la residenza famigliare con l’altro o l’abbia successivamente abbandonata.

I casi di abbandono della residenza coniugale sono molteplici e le conseguenze che ne derivano possono spiegare diversi effetti, sia civili che penali.

Il caso più frequente è l’abbandono senza che vi sia una giusta causa.

Dal punto di vista civile, l’inesistenza di giusta causa, accompagnata dal rifiuto del coniuge di tornare nella residenza famigliare, permette all’altro coniuge di sospendere l’assistenza morale e materiale nei suoi confronti.

Ciò rappresenta l’unica eccezione alla regola generale che impone l’obbligo di contribuzione e assistenza continua ed ininterrotta in favore della famiglia e del coniuge.

Quanto alle conseguenze penali, si osserva che, con l’abbandono della casa coniugale, spesso si assiste alla cessazione o alla sostanziale attenuazione delle prestazioni materiali ed assistenziali in favore del coniuge e dei figli.

Verificandosi tale ipotesi sarà consentito al coniuge abbandonato rimettere il fatto davanti al giudice penale, sporgendo preventivamente una querela nei confronti dell’altro.

Con il deposito del ricorso per separazione dei coniugi in tribunale è pienamente legittimo l’abbandono della residenza da parte di un coniuge, fatto salvo, per il coniuge economicamente più forte, il dovere di continuare a prestare l’assistenza materiale e morale nei confronti dell’altro.

Il dovere di fedeltà

La fedeltà reciproca costituisce il cardine di una unione coniugale duratura.

Comunemente, si ritiene che la violazione di tale dovere si concretizzi nell’intrattenere relazioni sessuali al di fuori della coppia, sottraendosi alla dedizione esclusiva, fisica e spirituale, in favore del proprio coniuge.

Questa originaria impostazione del problema è da qualche tempo oggetto di revisione, soprattutto grazie all’opera interpretativa della corte di cassazione.

In alcune pronunce della suprema corte, infatti, si evince chiaramente la precisa intenzione di estendere l’ambito del dovere di fedeltà, al fine di sanzionare fatti e comportamenti che non si estrinsecano in attività sessuali con un terzo.

Nella sentenza n. 9472 del 3/6/1999, la cassazione si è espressa con riferimento ad un caso rimasto allo stadio del tentativo di adulterio, ribadendo un concetto già chiaramente affermato in altre sentenze, ossia che il dovere di fedeltà consiste nell’impegno, ricadente su ciascun coniuge, “di non tradire la fiducia reciproca …e non deve essere inteso soltanto come astensione da da relazioni sessuali extraconiugali” (cass. civ. 18/9/97 n.9287).

Ancora più incisiva è la sentenza della Cassazione Civile del 14/4/94 n. 3511, nella quale si è ritenuto ammissibile l’addebito della separazione al coniuge infedele che, pur non avendo commesso adulterio, ed in considerazione dell’ambiente in cui i coniugi vivevano, avesse comunque offeso irreparabilmente l’onore e la dignità dell’altro coniuge.

Va peraltro specificato che il dovere di fedeltà può essere oggetto di intesa da parte dei coniugi, i quali ben possono disciplinarne il contenuto, senza tuttavia ignorare che esiste un certo minimo inderogabile a cui non possono sottrarsi.

In altre parole un coniuge non potrebbe certamente opporre la preventiva accettazione dell’altro per legittimare la propria dedizione, spirituale e materiale, nei confronti di un terzo, poiché questo accordo sarebbe totalmente privo di alcun effetto giuridico.

Si osserva altresì che, ai fini della pronuncia di addebito , occorre accertare la connessione logico-temporale tra il fatto che si sostiene essere lesivo del dovere di fedeltà e l’insorgere dell’intollerabilità della convivenza.

Nell’ambito di un procedimento di separazione giudiziale non è quindi possibile ottenere l’addebito contestando l’infedeltà se questa sia stata in qualche modo accettata nel tempo e l‘intollerabilità della convivenza sia sorta per altri motivi.

Dopo la separazione è ammissibile un dovere di fedeltà nei confronti dell’ex coniuge?

Dopo qualche incertezza, sembra che la giurisprudenza della suprema corte si sia orientata su opinioni condivisibili e certamente più fedeli al contenuto letterale del codice civile.

Si pensi al contenuto dell’art.156 del codice civile che introduce gli effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Se il codice civile ha preferito disciplinare gli effetti della separazione sui soli rapporti patrimoniali, disinteressandosi completamente degli aspetti morali, se ne deduce che l’eventuale relazione con un terzo nel periodo successivo alla separazione ed anteriore al divorzio non possa essere in alcun modo sanzionata.

Si precisa che i tribunali decidono comunque sul caso singolo e che, in Italia, la precedente sentenza non vincola il giudice chiamato successivamente su un caso analogo a conformarsi all’orientamento già espresso.

Infatti la stessa cassazione, oltre al predetto orientamento, ne individua un secondo.

Poco condivisibile è, infine, il contenuto di una terza sentenza in materia nella quale si ritiene necessario verificare che il comportamento successivo alla separazione, ai fini della rilevanza della violazione del dovere di fedeltà, non risulti intollerabile all’altro coniuge.

Il dovere di contribuzione

Anche il dovere di contribuzione è assoluto e non tollera eccezioni, avendo come scopo la soddisfazione delle esigenze quotidiane della coppia.

Di conseguenza l’assolvimento di tale onere è svincolato dalla scelta del regime patrimoniale di comunione o separazione dei beni effettuata dalla coppia.

E’ peraltro ammesso che la misura dell’obbligo di contribuzione possa essere oggetto di intesa da parte dei coniugi i quali potranno liberamente stabilire quanto del proprio reddito individuale debba essere destinato alle esigenze comuni ed in favore dei figli.

Ciò non deve peraltro tradursi per uno dei coniugi nella sostanziale sottrazione al dovere di contribuzione, dovendo tale accordo rispettare l’inderogabile principio di cui all’art. 143 III comma c.c. che impone l’obbligo di contribuzione ad entrambi i coniugi in proporzione alle “proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo“.

Per “sostanze” dovrà certamente intendersi qualsiasi bene nella disponibilità del coniuge, oltre ai redditi derivanti dalla propria attività professionale.

IL REGIME PATRIMONIALE DEI CONIUGI

Premesse

Il codice civile contiene una serie di regole che indicano quali beni devono intendersi di proprietà comune dei coniugi, disciplinando i loro diritti riguardo l’acquisto e la gestione di tali beni.

La normativa sulla comunione legale trova giustificazione nell’esigenza di sostenere l’unità della famiglia fornendo uno strumento che rafforza il dovere di solidarietà reciproca dei coniugi.

Basti pensare che le scelte di natura patrimoniale effettuate da uno solo dei coniugi, nell’interesse della famiglia, impegnano i beni della comunione.

Quale contropartita, il regime di comunione legale attribuisce il vantaggio di partecipare agli incrementi patrimoniali del proprio coniuge maturati durante l’intero periodo del matrimonio.

Parallelamente, il codice civile consente ai coniugi di escludere l’applicazione della normativa sulla comunione legale, sancendo la possibilità di adottare una diversa convenzione fondata sul regime di separazione dei beni.

Tale facoltà può essere esercitata esclusivamente nei modi previsti e con le limitazioni di cui agli articoli 160, 161 e 162 c.c. Di tali argomenti si farà cenno più avanti.

La comunione legale dei beni

Tra i molti sostanziali cambiamenti introdotti con la riforma del diritto di famiglia del 1975 si annovera anche la sostituzione del regime legale di separazione dei beni con quello della comunione.

Ciò comporta che se gli sposi non stipulano alcuna diversa convenzione tra loro ovvero, pur avendola stipulata omettono di renderla pubblica nei modi previsti, i loro rapporti patrimoniali saranno regolati dalle norme sulla comunione legale di cui agli art. 177 e seguenti del codice civile.

L’art. 177 c.c. distingue i beni comuni in due categorie:

beni immediatamente comuni (lett. a-d);
beni che divengono comuni solo allo scioglimento del regime patrimoniale di comunione (lett. b-c)

Sono beni immediatamente comuni:

gli acquisti di beni mobili ed immobili effettuati, anche singolarmente da ciascuno dei coniugi
le aziende costituite da entrambi i coniugi dopo il matrimonio
gli utili delle aziende di proprietà esclusiva di un coniuge ma gestite da entrambi.

Fra i beni che rientrano in comunione immediata vi sono anche:

azioni di società di capitali
titoli di stato

Il contenuto della lettera a) dell’art. 177 c.c. è da sempre foriero di diverse interpretazioni, riferite in particolar modo al significato del termine “acquisti”.

Se non vi è dubbio in merito all’inclusione fra i beni comuni del diritto di proprietà, di superficie, di abitazione, di uso ed usufrutto, altrettanto non si può dire riguardo i diritti di credito, ovvero i diritti ad ottenere l’adempimento di una prestazione o obbligazione nei confronti di uno o più soggetti determinati.

La Cassazione e molti Tribunali sul punto sono orientati negativamente, escludendo che i diritti di credito possano cadere in comunione.

Tale pensiero ha trovato concreta applicazione con riferimento a:

contratto preliminare di compravendita immobiliare stipulato da un solo coniuge
domanda di assegnazione di alloggio in cooperative edilizie
trattamento di fine rapporto

Quanto alla cosiddetta comunione residuale (art. 177 lett. b-c), si osserva che la norma ha lo scopo di garantire al coniuge proprietario del bene, o che esercita un’attività separatamente dall’altro, di destinare i frutti ed i proventi al soddisfacimento delle proprie personali necessità.

In proposito, si sostiene che l’altro coniuge non possa influenzare le scelte sull’utilizzo di frutti e proventi personali, non vantando alcun diritto su detti beni se non all’atto dello scioglimento della comunione.

Rientrano nella comunione de residuo o residuale con esclusione, pertanto, degli immobili, i seguenti beni mobili o diritti di credito verso terzi:

stipendi e redditi professionali
canoni di locazione di beni personali
utili netti ricavati dall’esercizio di un’impresa
risparmi liquidi su conti correnti bancari e libretti di risparmio
quote di società di persone
quote di società a responsabilità limitata ove l’acquisto sia connesso ad una effettiva partecipazione alla vita sociale
dividenti derivati da partecipazioni sociali

Lo scioglimento della comunione

L’analisi dell’art. 191 codice civile, contenente i motivi di scioglimento della comunione, si concentra sulle fattispecie indicate di:

annullamento del matrimonio
scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio – separazione personale

Sinteticamente si può aggiungere che per annullamento del matrimonio si intende non solo la pronuncia dei tribunali civili ma anche le sentenze dei tribunali ecclesiastici (di nullità) o di autorità straniere che siano dichiarate efficaci con la procedura di delibazione avanti la Corte d’Appello.

Sia nell’ipotesi di nullità che di annullamento, ovvero di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, il momento in cui si produce la cessazione della comunione legale coincide con il passaggio in giudicato della sentenza, ovvero con il trascorrere del termine per proporre l’appello o il ricorso in cassazione o altro ricorso davanti alla corte superiore.

In caso di separazione personale solo l’omologazione delle condizioni da parte del tribunale determinerà lo scioglimento della comunione tra i coniugi con effetto retroattivo dal giorno del deposito del ricorso in cancelleria.

Nessun mutamento potrà quindi derivare da una separazione di fatto né dal deposito di un ricorso in tribunale a cui non faccia seguito il controllo con esito positivo delle condizioni di separazione.

La separazione dei beni

Il regime di separazione dei beni produce l’effetto di attribuire al coniuge che effettua l’acquisto ogni diritto sul bene, in via esclusiva.

I patrimoni di marito e moglie restano quindi separati durante il matrimonio, salvi i diritti successori nonché i diritti legati allo status di coniuge.

La scelta del regime di separazione va fatta seguendo le modalità di cui all’art. 162 codice civile ovvero con:

convenzione prematrimoniale, attraverso dichiarazione resa all’ufficiale dello stato civile ovvero al ministro di culto che celebra il matrimonio;
convenzione successiva al matrimonio, stipulata avanti un Notaio ed alla presenza obbligatoria e non rinunciabile dei testimoni.

Si osserva peraltro che nel regime di separazione vigono particolare regole in materia di onere della prova.

Con ciò si intende che, in caso di contenzioso giudiziale fra i coniugi, questi, ai sensi dell’art. 219 c.c., potranno provare con ogni mezzo, nei loro rispettivi confronti, la proprietà esclusiva del bene mobile acquistato, non applicandosi i limiti di ammissione della prova testimoniale di cui agli artt. 2721 e seguenti codice civile.

Nel caso in cui nessuno dei due coniugi riesca a provare la proprietà esclusiva del bene, questo è attribuito in proprietà di entrambi di coniugi, per pari quota (art. 219 II comma c.c.).